Oreste Bonardi, Internato militare italiano nel commercio del carbone di Amburgo fino al 1945

Il primo Luglio 1923 nasceva a Calino Oreste Bonardi. In occasione del centenario della sua nascita e della ricorrenza della festa della liberazione abbiamo deciso di ricordare la sua vita ed alcuni episodi che hanno contribuito a regalarci la libertà di cui oggi tutti noi godiamo.

Prendendo spunto da alcune cartoline scritte da Oreste durante il periodo di prigionia tedesca, il pronipote Nicola ha deciso, su suggerimento della sua professoressa Licia Mazzotti, di ricostruire la storia del bisnonno mai conosciuto come tema del progetto finale di terza media.

In modo un po’ fortuito, grazie ai consigli di un appassionato di storia rovatese sig. Alberto Fossadri e alle ricerche condotte ad Amburgo da uno studioso tedesco sig. Holger Artus, sono emersi documenti inaspettati che hanno portato alla luce un periodo della vita di Oreste di cui lui non aveva mai parlato apertamente.

Dalle interviste di Nicola in paese, emerge come Oreste sia ricordato oggi per la sua attività parrocchiale con Don Giuseppe ai tempi della costruzione dell’oratorio, per il recupero della cappella del disperso insieme al Gruppo Alpini, di cui era segretario, e per il ruolo di cofondatore-presidente dell’Associazione Anziani e Pensionati di Cazzago San Martino.

Per noi era semplicemente il nonno sempre indaffarato ad organizzare gite, lotterie, eventi o a far funzionare i bilanci delle associazioni.

In realtà, prima di tutto questo, i documenti ci raccontano che Oreste, non ancora ventenne, il 16 gennaio 1943 fu chiamato alle armi dal Governo Italiano guidato da Mussolini. Venne arruolato come Alpino e registrato al distretto di Treviglio nel 6° Reggimento battaglione “Vestone” con matricola 17383. Con tutta probabilità non partecipò ad azioni militari, ma stazionò nella caserma “Leonida Magnolini” a Bogliaco di Gargnano fino al 9 settembre 1943 quando, a seguito dell’armistizio di Badoglio con gli alleati, venne catturato dai tedeschi e deportato in Germania.

In quel periodo oltre 800.000 soldati italiani vennero messi di fronte ad una scelta: o aderire alla Repubblica Sociale Italiana satellite della Germania o essere fatto prigioniero e condannato ai lavori forzati. Più di 600.000 dissero no alla dittatura e iniziarono la loro resistenza silenziosa. In 60.000 persero la vita.

Oreste fu condotto allo Stalag XA Schleswig a nord della Germania, vicino al confine danese. Il suo numero di matricola era 18155. Da qui fu trasferito ad Amburgo, distretto di Hamburg, per i lavori forzati e assegnato al Arbeitskommando 880 (squadra di lavoro coatto) che lavorava il carbone. Viveva con gli altri I.M.I. (Internati Militari Italiani) nell’alloggio di massa per i lavoratori situato nell’ex pensione “Goldene Weige” e con 16 compagni lavorava duramente trasportando carbone per la ditta Blumenthal dalle 5 del mattino alle 8 della sera.

Le condizioni di lavoro erano pessime: ai lavoratori italiani, essendo considerati traditori, era riservato un trattamento peggiore rispetto agli uomini di altre nazionalità nelle stesse condizioni.

Verso la fine dell’aprile 1945, venne trovato in possesso di un biglietto nascosto sotto il carbone della carriola che portava; ai tempi infatti si era creata una rete di resistenza interna al campo che comunicava grazie a messaggi portati di nascosto. Venne così deciso il suo trasferimento al “Campo di rieducazione al lavoro”, un luogo molto duro gestito dalle S.S. che portavano i lavoratori a non sopravvivere oltre le 5 settimane.

Fortunatamente Amburgo fu liberata il 3 maggio del 1945 dall’esercito britannico. Oreste, come si evince dal suo foglio matricolare conservato all’Archivio di Stato di Brescia, venne trattenuto dalle forze alleate fino al 13 settembre 1945 dopodiché poté tornare a casa da suo padre e dalle sue sorelle.

Il 18 luglio 1966 venne insignito dall’esercito con la croce al merito di guerra.

Oltre al racconto dei bombardamenti subiti e della gioia della liberazione, Oreste non ha mai parlato di questo periodo della sua vita, si è buttato alle spalle questa brutta vicenda, si è rimboccato le maniche e ha creato il suo e il nostro futuro. Oreste è uno dei 600.000, non è un eroe, ma uno dei tanti eroi che silenziosamente e disarmati ci hanno portato dove siamo.

Perché sentiamo il bisogno di raccontare queste storie? Perché nel tempo in cui viviamo ci sembrano storie di straordinario coraggio. Lo facciamo per tenere vivo il ricordo di chi grazie alla sua sofferenza ha lottato per l’ideale di un’Italia libera e più giusta.

“La memoria diventa sempre più un dovere quando le voci delle testimonianze si spengono nella vecchiaia”.

Grazie a Holger Artus per i preziosi documenti che ci ha fatto pervenire e per la sua lettura storica della vicenda personale di Oreste.

Grazie a Nicola e alla sua curiosità che ci ha permesso di scoprire tutto questo.

(Dalla voce su Facebook di Annalisa Bonardi)

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